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domenica 11 novembre 2012

Will Hughes, il genio ribelle che infiamma Derby



#19

Will Hughes

Del Will Hunting interpretato da Matt Damon nel 1997, Hughes ha più della mera assonanza del nome: come il genio ribelle che affascinò il mondo nell'elettrizzante pellicola di Gus Van Sant, il 17enne di Weybridge è precoce, molto precoce. E' già parte integrante della prima squadra del Derby County ed è già andato a segno in due occasioni per la squadra di Nigel Clough. L'ultimo gol è arrivato nel match giocato sabato dai Rams, quello perso per 2-1 al The Den contro il Millwall in cui Hughes ha segnato la rete del momentaneo pareggio. Quello che il giovane centrocampista sta attraversando è un momento d'oro: la rete segnata ai Lions segue all'inaspettata chiamata di Stuart Pearce per la Nazionale Under-21: Hughes e i suoi connazionali scenderanno in campo al Bloomfield Road di Blackpool, dove affronteranno l'Irlanda del Nord.
Capelli alla Lady Oscar, di un biondo che difficilmente potresti ignorare: nonostante porti uno dei cognomi più comuni in terra d'Albione, Hughes non passa affatto inosservato. E ciò che lo distingue anche di più è la magia del suo sinistro, la punta di diamante del suo repertorio da centrocampista polivalente da cui tanti benefici ha già tratto Nigel Clough. Come diremmo bonariamente in Italia, ne deve ancora mangiare di pasta asciutta, ma le credenziali per poter fare le fortune del Derby County non mancano affatto.
Arrivederci allora Will, perché ci rivedremo.

Pubblicato per TMW (BundesLigaPremier)

lunedì 17 settembre 2012

PUBBLICATO PER IL SITO DI PEDULLA'- Player of The Week: Harry Kane



Harry Kane
# 37


Per introdurlo basterebbe canticchiare il ritornello della nota canzone di Bob Dylan, nonché colonna sonora del capolavoro di cui Denzel Washington fu, a suo tempo, protagonista. This is the story of the Hurricane, o meglio, this is the story of Harry Kane. Nato nel 1993 a Chingford, distretto londinese, Harry Kane  è alto, biondo, posato e ha gli occhi azzurri. Il taglio di capelli lo rende più simile al figlio di papà che frequenta la scuola privata piuttosto che al bulletto da bassifondi. Sembra essersi perso nel tempo, sembra un calciatore anni '60. Il suo talento, la sua figura elegante ma spietata nello sgomitare coi difensori avversari e colpire con forza il pallone, ricordano più Charlton che Rooney. Di Rubin Carter, l'hurricane tra i pugili, Kane condivide più di una semplice assonanza, anzi, come lui l'attaccante londinese è un uragano, uno di quelli devastanti che depredano le difese avversarie.

Ne sanno qualcosa le difese della Championship inglese che all'allora diciassettenne Kane concessero ben 8 reti la scorsa stagione. Giocava nel Millwall e la tradizionalmente calorosa tifoseria dei Lions s'era letteralmente prostrata al ragazzo, divenuto idolo e trascinatore di una delle squadre più note d'Inghilterra. L'esperienza di Kane al Millwall si è però chiusa in estate, quando è ritornato alla squadra detentrice del suo cartellino, il Tottenham. Guardandolo giocare e scorrendo con l'indice verso l'esiguo elenco delle squadre in cui ha militato, paragonarlo a Sheringham appare spontaneo. E' dello stesso avviso Tim Sherwood, secondo di Villas-Boas, che ha destato una certa attenzione scomodando il più vintage dei nomi del calcio british. Proprio come Teddy, Kane è nato a Londra ed è passato dal Millwall prima di vestire la casacca degli Spurs. La gloriosa carriera di Sheringham appare inevitabilmente inarrivabile ma Kane ha dimostrato di avere un sufficiente numero di frecce nel suo arco per smentire la storia e gli scettici. Villas-Boas, che ha speso ottime parole su di lui, sembrerebbe disposto a scommettere più di un penny su Kane. Chi di certo ha scommesso molto su di lui è Chris Hughton, manager del Norwich, che al diciannovenne ha consegnato le chiavi di un attacco da rivoluzionare. Il leggendario Grant Holt è ormai lontano dai suoi anni migliori, così come Jackson non è più che un onesto comprimario, Morison per quanto molto utile alla causa di Hughton non ha la continuità del titolare. Ed ecco allora che al diciannovenne londinese potrebbero aprirsi le porte per la formazione titolare e una stagione da protagonista in Premier League. Il Carrow Road, la casa dei canaries di Norwich, Kane l'ha già assaporato entrando a partita in corso contro il West Ham. Nella manciata di minuti concessagli ha sfiorato due volte il goal e svegliato il pubblico di casa con un paio di giocate di grande eleganza e spietatezza nella conclusione. Non ha trovato il gol che lui e la sua promettente storia avrebbero meritato, ma ha donato agli addetti ai lavori (quantomeno a quelli più pigri che non l'avevano già seguito) un nome di sicuro affidamento su cui puntare. Harry Kane, the Hurricane. Curioso. Ne sentiremo parlare.

Pubblicato per il sito ufficiale di Pedullà

giovedì 29 dicembre 2011

Player Of The Week: Adel Taarabt

La partita di qualche giorno fa a Liberty Stadium contro lo Swansea rischia di essere una delle ultime apparizioni di Taarabt con i SuperHoops. Beffardo, il destino: solo un anno fa, contro la stessa squadra, Taarabt si presentò ufficialmente al mondo del calcio come uno dei talenti più cristallini e promettenti. Fu essenzialmente lui il responsabile della clamorosa disfatta subìta in quell'occasione dagli Swans: un 4-0 condito da un gol assolutamente fenomenale che solo un così poetico genio calcistico avrebbe potuto partorire. L'uno-due con Orr, che gli restituisce un pallone che poteva benissimo essere destinato alla bandierina, nel nome di quella che è una prassi piuttosto consolidata per far scorrere secondi sul cronometro. Mancava poco in effetti, ma per Taarabt c'era ancora tempo per stupire e deliziare il già entusiasta pubblico del Loftus Road. Decide allora di umiliare il talentuoso Allen (che, a proposito, è tra i più interessanti prospetti del panorama calcistico britannico) con un tunnel e spedire con un destro a giro un pallone che va a togliere le ragnatele sul secondo palo e a scrivere un capitolo, forse il più bello, della storia sua e del QPR. Una giocata che sintetizza brevemente la sua nomenclatura calcistica: leziosa, spettacolare, funambolica ma sempre volta alla decisa ricerca della rete, come racconta il bottino della sua ultima stagione, che consta di 19 gol oltre a un numero astronomico di assist. E' passato molto da allora, la partita del Liberty Stadium di qualche giorno fa l'ha visto partire titolare per la prima volta dopo più di un mese. Non ha giocato male ma non ha nemmeno sfoderato i colpi tipici del suo immenso repertorio, limitandosi a una gara intelligente ma non degna del suo talento che comunque però ha condotto il QPR verso un prezioso pareggio. E' chiaro che qualcosa non va: gli scintillanti dribbling dell'anno scorso restano un ricordo sbiadito nelle menti dei tifosi e a preoccupare è il suo approccio tecnico-tattico alla Premier League oltre alle annose questioni comportamentali che, troppe volte, l'hanno costretto alla panchina, o peggio alla tribuna, o peggio ancora a casa. Una serie infinita di proclami, bambinate e capricci che l'ha allontanato sempre più da Londra. E sia lui che Warnock raccontano di quanto sia insostenibile l'aria per lui nello spogliatoio dei Rangers, le cui chiavi sono ormai saldamente tra le mani di Barton, il ragazzaccio di Liverpool con cui Adel proprio non riesce ad andare d'accordo. Un'alchimia compromessa ormai con i compagni che una volta l'amavano e stimavano ma anche con i tifosi, ormai spazientiti dall'insaziabile ambizione del marocchino, più volte sbandierata nelle sue esternazioni, in cui afferma di voler trovare una destinazione che lo soddisfi di più finanziariamente e calcisticamente. E' almeno dall'estate scorsa che la casacca bianco-blu inizia ad andargli stretta, ma le paternali di Warnock, suo allenatore e mentore, e l'inconsistenza dell'interesse del PSG alla fine hanno fatto sì che il talentuoso numero 7 restasse a Londra. Ma già da allora, quella così romantica e spensierata storia sembrava giunta ormai al capolinea. Adesso, a distanza di pochi mesi, complice anche il pessimo rendimento avuto sinora da Taarabt, le squadre interessate al suo acquisto diminuiscono vertiginosamente e sembra ancora più difficile rintracciare una soluzione che soddisfi le aspettative economiche sue e di Tony Fernandez, il ricco proprietario malesiano, che in realtà sarebbe disposto anche a un sostanzioso sconto sul prezzo per porre fine a una questione che ha fin troppo tormentato la stagione del QPR. Costerebbe non più di 8-9 milioni la prospettiva di avere in squadra un ragazzo sicuramente problematico da gestire ma talentuoso come pochissimi. Un giocatore da educare tatticamente ma più che altro da spronare: il suo vero limite resta la discontinuità, ma in realtà anche nelle giornate meno felici riesce a risultare decisivo con pochi tocchi mirati. Gli esperti di calciomercato continuano a scommettere sul PSG ma danno anche il Napoli come pretendente all'acquisto del nordafricano. I tifosi partenopei dimentichino però l'idea di prenderlo per avere in squadra il vice-Lavezzi o il vice-Hamsik: trovare una panchina più comoda non è la reale impellenza di Taarabt. Il marocchino gioca per sentirsi amato, idolatrato, protagonista assoluto della squadra per cui è in campo. Adel Taarabt, campione viziato, montato, imbaldanzito ma straordinariamente sublime. Ed è, soprattutto di questi tempi, la cosa più importante.
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mercoledì 14 dicembre 2011

Player Of The Week: Ricardo Alvarez

Ricardo Gabriel Alvarez, o più semplicemente Ricky, come lo chiamavano gli amici, nacque a Buenos Aires nel 1988. La straordinaria fantasia argentina nello scegliere soprannomi con Alvarez non è andata oltre le gesta sul campo, le fantastiche giocate dell'argentino gli hanno ragionevolmente assicurato l'epiteto di "Maravilla". Ne abbiamo sentito parlare tanto quest'estate, quando era regolarmente al centro delle maggiori trasmissioni di calciomercato in quanto prossimo a calciare i campi della nostra Serie A. Nonostante i più che convinti tentativi dell'Arsenal, opinionisti come Di Marzio ebbero effettivamente ragione: Ricky Alvarez sbarcò in Italia e più precisamente all'Inter. Venire in Italia, per un giovane, si sa, non è mai facile. Venirci dopo che la tua squadra ha staccato un assegno di quasi dieci milioni, è ancora più difficile. E così, l'esperienza italiana di Alvarez è iniziata tra gli scetticismi e le grandi aspettative di coloro che si aspettavano un rendimento fenomenale dal calciatore più pagato dall'Inter nella scorsa sessione di mercato. Lo scarso bottino raccolto in campionato argentino incentivò ulteriormente le malelingue: nel Clausura 2010 sigla una sola rete in 15 presenze con la maglia del Velez. E' naturale che in molti si siano chiesti cosa ci fosse di così prezioso nel ragazzo.
Per struttura fisica ricorda evidentemente El Flaco Pastore, molto alto (188 cm) ma non sufficientemente massiccio da poter considerare il suo fisico una reale forza del suo repertorio. Un fisico che, anzi, lo osteggia nel gioco in velocità, dove chiaramente accusa delle difficoltà. Ma Alvarez è anche questo, così longilineo da apparire macchinoso senza palla, ma straordinariamente elegante quando si muove col pallone tra i piedi. La sua caratteristica principale è indubbiamente legata al suo mancino, tra i più educati in circolazione, ma non eccessivamente ridondante nei suoi sfoggi di talento. Raramente sopra le riga, Alvarez riesce a risultare decisivo senza mai essere scontato ma nemmeno vanesio con evitabili preziosismi. Equilibrato, misurato, nel campo come nella vita, timido, riservato e poco incline alla vita da divo. Taciturno, senza la debita gestualità che i sudamericani proverbialmente abbinano all'atto sportivo. E' questo il pregio ma anche un po' il limite di Ricky Maravilla: la scarsa leadership in un campionato come quello italiano può risultare letale e, nella fattispecie ad Appiano Gentile può complicare la già impervia escalation nelle più che serrate gerarchie nerazzurre. In molti lo paragonano a Kakà, e in effetti per inclinazioni tattiche non sembrerebbe nemmeno troppo campato in aria. Il brasiliano è però più dinamico, più vivace, più eclettico (Alvarez il piede destro lo usa essenzialmente per scendere dal pullman). L'ex Velez è ancora tatticamente da plasmare, ad oggi non ha infatti ancora una precisa identità: poco rapido per giocare sulla sinistra, troppo talentuoso per essere relegato a centrocampo, poco carismatico per sostituire Sneijder da trequartista. Ranieri ultimamente gli ha ricucito un ruolo diverso: sulla destra con ampi spazi entro cui poter operare. Pare essere questa la posizione più adatta per Alvarez che, in questo modo può sfruttare la pericolosità del suo tiro e entrare nel vivo della manovra nerazzurra accentrandosi. Qualche eccellente prestazione non è bastata ad abbindolare del tutto Ranieri che, anzi, conferma la sua particolare idiosincrasia nello schierare calciatori di talento (situazione simile a quella verificatasi con Giovinco a Torino) preferendo invece giocatori più propensi alla sua rigida impostazione di gioco. Per Ricky Maravilla entrare stabilmente nella intelaiatura interista non sarà esattamente una passeggiata. Avrà bisogno di tempo per affermarsi, ma ci farà innamorare, questo è sicuro.
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giovedì 1 dicembre 2011

Player Of The Week: Federico Macheda

Beh, a dire il vero in questo caso più che di "player" sarebbe meglio parlare di "Bluff of the Week". Ne converrà Alex Ferguson che, ammaliato dal celebre gol di qualche anno fa (contro l'Aston Villa) con il quale Federico Macheda aveva praticamente inciso la fatidica parola "fine" sulla Premier del 2009, aveva profetizzato un futuro più che radioso per il 20enne. A distanza di qualche anno, appare molto più probabile che invece l'ex Lazio debba rassegnarsi a palcoscenici molto più modesti di quelli che così precocemente ha vissuto e sta, tutt'ora, vivendo. Le criptiche affermazioni di Ferguson avevano convinto persino Garrone, il quale, aveva individuato il sostituto di Antonio Cassano proprio nel promettente Macheda, un acquisto dopo il quale, almeno a quanto disse, l'entusiasmo è aumentato di 20 volte. Non andò esattamente come sperava il patron genovese: il bel gol siglato contro l'Udinese all'esordio fu l'unico per Macheda e per i blucerchiati fu Serie B. La parentesi blucerchiata di Macheda ha del raccapricciante: la strafottenza del poco più che esordiente centravanti unita a un'alterigia assolutamente sproporzionata rispetto al suo valore effettivo lo rese un personaggio addirittura più odiato del cadavere Maccarone per i tifosi blucerchiati. Per lui, giocare nella Sampdoria non era che una passerella per ostentare a tifose e fan varie il suo look squisitamente metrosessuale.  A completare un cocktail fortemente istigante all'odio eterno sono state le clamorose dichiarazioni estive del soggetto in questione: "E' stata durissima, non ho avuto molte occasioni (sono state anche troppe!) e la squadra ha perso la serie A. Non sono nemmeno riuscito ad uscire di casa in quei sei mesi (come ti compatiamo!) perchè c'era sempre la possibilità di venire alle mani con i tifosi della Samp, erano furiosi con me, non era la situazione migliore. Non è come allo United, in Italia i tifosi possono essere un po' pazzi quando le cose non vanno bene". Aldilà delle gratuite insinuazioni sulla violenza del popolo doriano che, per quanto viscerale, ha sempre mostrato una netta idiosincrasia verso ogni tipo di atto violento, a differenza di molte altre culture calcistiche italiane, è simpatico constatare l'ultima affermazione con cui si pone quasi da ambasciatore dei costumi italiani in Inghilterra cercando di salvare la reputazione perlomeno lì. Reputazione che pare però aver irrimediabilmente segnato anche in Inghilterra, dopo il match di ieri sera di Carling Cup contro il Crystal Palace di Freedman che ne approfitta per segnare una vittoria che ha del memorabile. L'occasione concessagli da Ferguson, una sorta di extrema ratio dopo la problematica esperienza blucerchiata ma anche il suo non esaltante inizio di stagione, viene naturalmente sprecata da Macheda. Non vi lasciate influenzare dal rigoretto messo a segno: in realtà la performance di Macheda è stata incredibilmente scialba, naturale credere che la sua carriera a Manchester possa ritenersi ormai compromessa.
Questo pesante j'accuse non può che chiudersi con un affettuoso, quasi paterno, consiglio per Macheda: parlare meno, pettinarsi ancor meno e lavorare tanto. Dev'essere questo il mantra del centravanti romano per provare a dare una svolta alla sua carriera. E per non rievocare nelle memorie dei tifosi inglesi le tristi vicissitudini dell'ei fu Francis Jeffers, la tanto discussa e tanto amata punta dell'Arsenal che non sbocciò mai. Adesso è finito addirittura a giocare in Australia, ed è inquietante vedere che Macheda gli somigli sempre di più.

mercoledì 16 novembre 2011

Player Of The Week: Chris Wood



Chris Wood
# 39

Alto (191 centimetri), neozelandese: sembra l'identikit del classico rugbista degli All Blacks. Eppure Chris Wood al rugby ha preferito il calcio sin da ragazzino, forse condizionato da una famiglia che ne è particolarmente affezionata: sua sorella, Chelsey, è tra le giocatrici di maggior rilievo della nazionale femminile neozelandese di calcio. Chris non è da meno: poco più che quindicenne cominciò già a calciare i campi della massima divisione neozelandese col Waikato FC, iniziò a fare sul serio l'anno successivo, quando registrò una media gol spaventosa con i Wanderers di Hamilton. A quel punto divenne lampante che il divario tra le abilità di Chris, seppur solamente diciassettenne, e le prospettive del proprio campionato era già divenuto incolmabile. Così, i dirigenti del WBA non esitarono a metterlo sotto contratto, i gol, tantissimi, segnati nell'Academy dimostrarono che non si sbagliarono affatto. Da allora, dopo una breve parentesi nella squadra riserve, inizia a farsi largo in prima squadra: è il quinto neozelandese della storia a giocare in Premier League. Con i Baggies oltre a 21 presenze, Wood mette a segno anche un gol. Non un gol qualsiasi, ma una botta da 25 metri che lascia di sasso il portiere del Doncaster nel 3-1 al The Hawthorns a favore dei Baggies. Nella stagione seguente, dopo una manciata di partite giocate al Barnsley, fu mandato in prestito al Brighton con l'incarico di contribuire a portare i Seagulls in Championship. Non fallì: gli otto gol oltre al validissimo contributo offensivo che è in grado di garantire in virtù delle sue straordinarie doti tecniche e fisiche, furono un bottino imprescindibile per la promozione dei gabbiani del Sud nonchè l'ennesima prova del suo immenso potenziale. La domanda, anche in virtù delle fantastiche prestazioni che sta fornendo al Birmingham di Hughton, sorge spontanea: era così necessario per Hodgson arrivare a spendere una cifra quasi da record (senza il quasi se si considerano i bonus) per Shane Long quando in casa si ha un attaccante del genere? I tifosi del West Bromwich se lo staranno sicuramente chiedendo. Se da un lato possono restare stizziti guardando il rendimento del neozelandese col Birmingham City, dall'altro però possono abbozzare un sorriso pensando che da gennaio Wood tornerà alla base. Volendo fantasticare sul futuro del West Bromwich non è detto che possa pestarsi i piedi con l'irlandese Long, che è una prima punta. Al St.Andrews' Wood ha infatti mostrato una certa polivalenza adattandosi a giocare da seconda punta ma anche da esterno. E' dominante fisicamente anche in un campionato, come quello inglese, assolutamente all'avanguardia sotto questo punto di vista. Non è un centravanti di rapina, bensì preferisce svariare su tutto il fronte d'attacco usufruendo dell'estrema potenza e precisione delle sue doti balistiche. Occhio a non cadere in errori: non ha nulla a che vedere col prototipo del centravanti moderno ma anzi, per certi versi ricalca i tratti salienti degli attaccanti anni '70 e '80: grande potenza nelle gambe e un unico, fondamentale, obiettivo nella testa: fare gol. Una boccata d'aria fresca, in un calcio sempre più asfissiato dalla speculazione difensiva che sta distogliendo gli attaccanti dai loro originari adempimenti.

mercoledì 9 novembre 2011

Player of The Week: Luigi Castaldo



Luigi Castaldo
# 9

Una delle icone del calcio campano, il cui prestigio sta peraltro sorprendentemente lievitando a vista d'occhio, è sicuramente Luigi Castaldo, che si è reso importantissimo soprattutto a livello di Lega Pro 1 e Lega Pro 2, campionati in cui puntualmente si erigeva come uno dei più interessanti calciatori. Nato a Giugliano, in provincia di Napoli, nell'82, Castaldo, fatta eccezione per la breve parentesi con l'Ancona in B, non ha mai varcato i confini della Campania nella sua carriera. Particolare da non analizzare necessariamente in ottica negativa: il napoletano, pur non avendo avuto occasioni per esprimersi ad alti livelli, ha preso per mano il calcio campano nella sua esponenziale escalation a suon di gol, siglati, peraltro, con le maglie delle realtà più in crescita a livello regionale, quali appunto Benevento, Juve Stabia e Nocerina. Si è rivelato un autentico Re Mida per queste ultime: ben 5 le promozioni raggiunte complessivamente nella sua carriera. Ma solo a Nocera Inferiore, e solo a 29 anni aggiungerei, il centravanti ha avuto l'opportunità di confrontarsi con i palcoscenici della Serie B. Aldilà dei 78 centri messi al segno nella sua carriera, è bene ricordare tutti i colpi di talento che compongono il suo repertorio e che hanno sicuramente contribuito alle imprese prima citate. Il napoletano può infatti garantire una copertura totale del fronte d'attacco grazie ai suoi ingenti mezzi fisici e tecnici. Appunto, la tecnica: il tocco di palla è una caratteristica chiave del suo repertorio. Non è il classico rapace d'area di rigore, bensì preferisce avere il pallone tra i piedi per esibirsi in dribbling o altre giocate spettacolari, che sbaglia raramente grazie all'ottima tecnica di base di cui dispone. E allora per quale assurda ragione arriva in B solamente a 29 anni? Alla domanda pare effettivamente difficile dare una risposta concreta, di certo se c'è qualcosa che Castaldo può limare nella parte finale della sua carriera è l'abilità sotto porta, che comunque non costituisce un vero e proprio difetto, come possono testimoniare i 78 gol (bottino non esagerato, ma nemmeno modesto) messi a segno nella sua carriera. In Serie B ha confermato e, se possibile, enfatizzato queste qualità: il salto di categoria non pare averlo osteggiato, e anzi, Castaldo sembra trovarsi più a suo agio sia per una mera questione psicologica (arrivare in B a 29 anni dà inevitabilmente importanti stimoli per migliorarsi ulteriormente) che per una questione di puro format di gioco (il maggior spazio tra le linee in cadetteria valorizza i suoi colpi). L'Henry del Sud ha sicuramente tutte le carte in regola per costruirsi una fama importante anche a livello nazionale conquistandosi, magari, anche la Serie A.

venerdì 4 novembre 2011

Player of The Week: Senad Lulić



Senad Lulic
# 19

Arrivare in Italia dall'estero, soprattutto per un difensore, si sa, non è mai facile. Non la penserà così Senad Lulic, a cui è bastato qualche mese per mettersi in luce con la Lazio e per emergere come uno dei migliori prospetti del campionato. Nato nell'86 a Mostar, uno degli epicentri della guerra nell'ex-Jugoslavia, il bosniaco ha iniziato la carriera in Svizzera, dove ha militato, in ordine cronologico, nel Chur 97, Bellinzona, Grashoppers e infine tra le fila degli Young Boys. Con i gialloneri ha confermato tutte le buone qualità di cui aveva dato prova nelle sue precedenti esperienze, impressionando Tare che ha convinto Lotito a sborsare quasi 3 milioni di euro per prelevare il suo cartellino. Alla Lazio occorreva un terzino sinistro, ma le continue emergenze a centrocampo l'hanno reso praticamente un tuttofare. Come molti della scuola jugoslava, anche Lulic è un terzino che predilige la fase offensiva. Mancino di piede, il bosniaco riesce a rendersi spesso e volentieri partecipe alla fase offensiva grazie alle sue buonissime doti tecnico-tattiche, ma anche atletiche. Ottimo piede, buon tiro, discreto dribbling. Forse i laziali hanno finalmente trovato l'erede di Kolarov, dopo il fallimentare tentativo con Garrido. Il neo-laziale e il serbo che adesso gioca per Mancini non sono così dissimili: entrambi accusano qualche difficoltà nella fase difensiva.  Kolarov, forte delle diverse esperienze di calcio che lo hanno aiutato a rinfoltire il suo bagaglio tecnico-tattico, è probabilmente un terzino migliore al momento, ma Lulic ha tutte le potenzialità per raggiungere quel livello anche in virtù di un confortante approccio al calcio italiano. Ha già segnato due gol nella manciata di partite che ha disputato: uno a Bologna e l'altro, bellissimo, al Sant'Elia di Cagliari. Le strabordanti capacità offensive l'hanno reso un autentico jolly per Reja: in più di un'occasione il tecnico friulano l'ha schierato come mezz'ala e "Speedy Lulic", come lo chiamavano in Svizzera, non ha tradito le aspettative. Faccio fatica a credere che si fermerà qui: i 25 gol siglati complessivamente in Svizzera ci raccontano della sua non indifferente propensione al gol. Che Reja lo schieri da terzino o da mezzala, Lulic ha tutte le carte in regola per poter risultare un fattore determinante per la stagione della Lazio. Stiano sereni i tifosi laziali, per loro c'è un motivo in più per pensare in grande e si chiama Senad Lulic.

martedì 25 ottobre 2011

Player Of The Week: Junior Hoilett


Junior Hoilett
# 23

Nel calcio inglese, le fasce laterali sono ormai sempre più ignorate per via dell'incalzante fisicità che ha pervaso schemi e modi di giocare anche in Inghilterra e che incentiva esclusivamente il gioco per vie centrali. Eppure, squadre come il Blackburn Rovers continuano a proporre il mai desueto 4-4-2, con tanto di esterni offensivi, anch'essi un'assoluta rarità nel panorama britannico oggi giorno. E' in questo contesto che la forza di David Wayne Junior Hoilett, o più semplicemente Junior Hoilett, diventa assolutamente determinante. Veloce, sgusciante, funambolico nel dribbling: il canadese non è effettivamente che la copia sputata di Wright-Philipps (o se preferite, di Aaron Lennon) con qualche centimetro in più d'altezza. L'esuberanza che mostra settimanalmente sul rettangolo di gioco è solo paragonabile alla folgorante iperattività che lo rendeva un asso in qualsiasi sport da bambino. Decise, saggiamente, di proseguire esclusivamente la carriera calcistica trasferendosi in Europa. Il Blackburn lo mise sotto contratto e, dopo due anni passati a giochicchiare tra Paderborn e St.Pauli, potè finalmente usufruire delle sue prestazioni sportive, grazie al permesso di lavoro finalmente garantitogli. Poco più che debuttante, guidò i Rovers alla vittoria nel match mozzafiato di coppa giocato contro il Chelsea nel Dicembre 2009. Dopo il rocambolesco 3-3, frutto del pareggio allo scadere siglato da Paulo Ferreira, sviluppatosi tra tempi regolamentari e supplementari è stato suo il rigore decisivo che garantì la vittoria al Blackburn. Poche apparizioni, e già i media lo accostavano ai più grandi club nazionali. Spettò al Blackburn troncare queste fastidiose voci: la società del Lancashire gli offrì un generoso contratto fino al 2012, che il talentuoso funambolo canadese accettò senza battere ciglio. No, non avete letto male: la scadenza del contratto di Hoilett è proprio il giugno 2012, non essendo (ad oggi) ancora stato sottoposto a mutazioni. Quindi, potrebbe rappresentare senz'altro un elemento di assoluto interesse per le prossime sessioni di mercato. Pare che il buon vecchio Pardew ci abbia già fatto un pensierino per rinfoltire il pacchetto esterni del Newcastle. Quello che è certo è che il talento nativo dell'Ontorio non sembra esattamente riluttante all'idea di trasferirsi altrove. Tant'è che ha espresso a chiare lettere l'obbligo d'inserire una sostanziosa clausola rescissoria qualora dovesse firmare il rinnovo, in caso, appunto, di qualche chiamata illustre. La prospettiva pare tutt'altro che remota. E' solo la terza stagione, questa che si appresta a giocare con la maglia dei Rovers, ma per la squadra dell'odiato (odiatissimo) Kean rappresenta già uno dei punti di riferimento nonchè il giocatore più talentuoso insieme all'argentino Formica. Con 21 anni e un bagaglio tecnico-tattico assolutamente raro in Gran Bretagna, Hoilett può sicuramente considerarsi uno dei talenti più appetibili per i top-club inglesi e non solo, in vista del prossimo mercato.

martedì 18 ottobre 2011

Player Of The Week: Connor Wickham



Connor Wickham
# 10

Quella dei 16 anni è generalmente un'età delle prime volte, qualcuno avrà potuto guidare la sua prima macchina, qualcun'altro magari avrà dato il suo primo bacio. La prima volta che Connor Wickham può vantare è decisamente più prestigiosa: a 16 anni (e 11 giorni per la precisione) la talentuosa punta nativa di Hereford si affacciava al mondo del grande calcio esordendo tra le fila dell'Ipswich Town in Championship, nel match perso 3-1 in casa contro il Doncaster. Così facendo, Wickham incide il suo nome nella storia del club diventando il più giovane giocatore di sempre ad esser sceso in campo con i Tractor Boys. Che il marcantonio delle West Midlands avrebbe fatto parlare di se, era chiaro già da allora. C'aveva visto lungo Roy Keane, che non ha lasciato ricordi molto felici nella ridente cittadina di Ipswich ma a cui va sicuramente riconosciuto il merito di aver lanciato uno dei più interessanti prospetti del panorama europeo. In molti in Inghilterra son disposti a scommettere più di un penny che possa eguagliare le gesta di autentici mostri sacri per il calcio britannico come Shearer o Rooney. Azzardato? In effetti al momento lo è, Connor nonostante i primati di cui è pieno il suo giovane palmares, ha ancora molto da dimostrare. Però l'attaccante vanta credenziali assolutamente insolite per un ragazzo classe '93 e che sono di buon auspicio per il suo futuro. Innanzi tutto la sfrontatezza e l'abnegazione sono i pilastri del carattere di Wickham che sa anche farsi apprezzare per l'abilità tattica e per la capacità dei suoi polmoni. Ne sa qualcosa Paul Jewell, che ne avrà probabilmente anche abusato in occasione della doppia sfida giocata contro l'Arsenal in semifinale di Carling Cup l'anno scorso. Jewell infatti, non ci pensò su due volte e reinventò un ruolo tutto nuovo per lui, affidandogli la fascia destra e costringendolo così all'improbo compito della fase difensiva, posizionando invece l'ungherese Priskin tra le grinfie di Djourou e Koscielny. La prestazione di Wickham non passò alla storia: poche le iniziative del giovane bomber, che fece però intravedere interessantissimi tratti del suo profilo calcistico: la corsa e il grande spirito di abnegazione che lo rendono a tutti gli effetti il prototipo del centravanti moderno. La grande stazza del suo fisico non lo rende di certo lento dei movimenti e, anzi gli garantisce una potenza esplosiva nei contrasti e nelle conclusioni a rete. Insomma, un attaccante plasmato appositamente per il calcio inglese, in cui potrà far valere tutte le sue notevoli qualità. Sebbene chiunque sia pronto a scommettere che s'ispiri a Wayne Rooney, un attaccante tutto sommato simile a lui, il modello di Wickham è un altro: Fernando Torres. Cresciuto a pane e You'll Never Walk Alone, Connor avrà sicuramente sofferto quando El Nino preparava armi e bagagli per partire alla volta di Londra sponda Chelsea. Tuttavia le somiglianze tra i due si contano sulla punta delle dita, lo spagnolo è decisamente più talentuoso e bravo sotto porta, mentre Wickham si occupa prevalentemente di adempiere ai compiti che tanto apprezzano gli allenatori moderni: correre, coprire, marcare ed è molto più prestante fisicamente. Però, al mastodontico centravanti ex-Ipswich non mancano le possibilità nè il tempo per rinfoltire il bagaglio delle sue qualità e definirsi totalmente come attaccante. Sul taccuino dell'attaccante figura anche l'impellenza d'imparare a coordinare meglio le movenze e a controllare in maniera più consona l'ingente mole che si porta dietro, migliorando possibilmente il colpo di testa, evidente lacuna del suo repertorio. Intanto, dopo una stagione da quasi-titolare e un'altra in cui invece ha avuto il privilegio di indossare sulle sue larghissime spalle (paragonabili a quelle di Jerome Boateng, vi giuro) la maglia numero 9 e quindi di ottenere la titolarità indiscussa, Wickham potrà farsi apprezzare in Premier League, essendosi trasferito al Sunderland. Steve Bruce è stato il più lesto ad assicurarsi le prestazioni di Wickham vincendo una concorrenza davvero agguerrita. Sarà lui a rimpiazzare Welbeck, l'attaccante di origini ghanesi che sorprese un po' tutti l'anno scorso e che adesso è tornato a pieno regime a vestire la maglia dello United. Qualcuno crede che Wickham possa avere un destino simile, e non mi sembra molto inverosimile.

lunedì 10 ottobre 2011

Player of The Week: Jermaine Beckford



Jermaine Beckford
# 20


Becks nacque nell'ormai lontano 1983, nell'Ealing, uno dei numerosissimi distretti londinesi da padre giamaicano e madre del Grenada, ragion per cui è eleggibile da queste due nazionali oltrechè ovviamente dall'Inghilterra, paese in cui è nato, cresciuto e vive tutt'ora. Cresce nel vivaio del Chelsea ma la sua esperienza con i Blues si chiude prematuramente: i dirigenti del club londinese rifiutano di offrirgli un contratto professionistico. Una condanna bella e buona a quella che ormai chiamo la "maledizione d'Eto'o". Il cannoniere camerunense (o camerunese, se preferite) si è infatti vendicato a suon di gol (ma tanti tanti eh) della squadra che prima l'aveva prelevato dal Camerun e che poi se l'era fatto scappare cedendolo al Maiorca, il Real Madrid, che è di gran lunga la squadra a cui ha segnato di più. Accadrà qualcosa di simile con l'attaccante centramericano. E così Beckford, che eppure non ha avuto da allora un seguito paragonabile a quello del Re Leone, si trasferisce nel Wealdstone, spostandosi di pochi km (resta a Londra) ma di tante, tantissime serie andando a finire nell'Isthmian Premier League, preceduta anche dalla Conference nel sistema gerarchico del calcio inglese. In 3 anni (in cui è compresa la prima e difficile stagione passata tra panchina e tribuna all'Uxbridge), Becks totalizza 82 presenze siglando 54 gol: una media che non può e non deve passare inosservata. Così la pensarono anche i dirigenti del Leeds United che lo misero sotto contratto assicurandosi in 3 anni la bellezza di 72 gol in 126 presenze: numeri davvero impressionanti. Ci mette poco, Beckford, ad entrare nelle grazie dei tifosi dell'Elland Road: la coppia di attacco che aveva formato con l'argentino Becchio, resta uno dei ricordi più felici dell'ultimo e tormentato decennio vissuto dal Leeds. Dopo aver sorpreso un po' tutti in Inghilterra, non solo per le statistiche del suo entusiasmante tabellino relativo alle reti totali, ma anche per il gol con cui il Leeds ha espugnato l'Old Trafford in FA Cup, Becks accetta di provare un tortuoso e rischiosissimo doppio salto (dalla League One alla Premier) trasferendosi a Liverpool sponda Everton. La gerarchia stabilita da Moyes, in quello che è un sistema consolidato ormai da anni, era chiara: Yakubu, Saha, spesso e volentieri anche Cahill, avanzato nell'inedita posizione di punta e poi il povero Beckford. Un esordio difficile il suo: tanti gol sbagliati, molti palloni malgestiti: terreno decisamente fertile per divenire il capro espiatorio delle ragionevoli preoccupazioni e malumori dei tifosi dei Toffees, delusi dal drastico ridimensionamento e dalle serie difficoltà economiche del club. E così, partono i primi fischi e le prime critiche per Beckford, che non trova esattamente un'accoglienza festante. Riuscirà a farsi apprezzare, però. Il bottino finale conseguito da Becks nella sua prima stagione in Premier League non deve essere oggetto di futili strumentalizzazioni: tra gli 8 gol segnati, non figura l'enorme contributo tattico e tutte le grandi giocate (come dribbling o anche conclusioni miracolosamente parate dai portieri avversari) che ha fornito alla causa di Moyes. Da includere anche un importantissimo gol nel derby della Merseyside, ma soprattutto un eccezionale rete, frutto di un antologico coast-to-coast, guarda caso, contro il Chelsea. Dopo esser stato a lungo corteggiato dalle Foxes di Sven Goran Eriksson, che gli offriva l'allettante prospettiva di una stagione da protagonista in Championship con uno dei team maggiormente accreditati per approdare in Premier, Moyes e Beckford capiscono che nonostante gli ottimi risultati scaturiti da questa stagione, anche alla luce delle divergenze rispetto ai tifosi del Goodison Park sarebbe meglio dividere le proprie strade. E così la trattativa va in porto solo alla fine della sessione estiva del calciomercato: il trasferimento si è concretizzato precisamente a 40 minuti dalla deadline. Il futuro appare veramente radioso per il 28enne attaccante nativo di Ealing che può finalmente dimostrare le grandi doti di cui dispone in un ambiente ideale per lui: al Leicester City avrà la giusta pressione e la giusta fiducia per confermare quanto di buono ha fatto intravedere nelle sue passate esperienze. A dispetto di un'età non più adolescenziale e di una carriera non proprio straordinaria, in un'era fatta di punte forti fisicamente che arretrano, aiutano, assistono ma che il più delle volte non adempiono al più basilare dei compiti: segnare, prende sempre più quota l'idea che Beckford possa risultare (con le dovute proporzioni... sto per paragonarlo a uno degli attaccanti più forti degli ultimi anni, Dio mi perdoni!) uno dei pochi eredi presenti al momento di David Trezeguet. Il tempo (ne resta poco) e i risultati stabiliranno quanto ridicola possa essere questa affermazione.

sabato 8 ottobre 2011

Player of The Week: Adam Lallana


Adam Lallana
# 20

Bene, oggi parliamo, nell'ambito di quella che si spera diventi una tradizione settimanale (il Player Of The Day, appunto), di Adam Lallana. Nato nel 1988 nella cittadina di St.Albans, città del St. Albans City (i cui tifosi vengono chiamati, guarda caso, Saints), la squadra di cui Chris Pierson ha raccontato la mirabolante storia ne Il mio anno preferito, Adam si trasferì presto a Portsmouth. Iniziò a tirare i primi calci al pallone nel Bournemouth A.F.C., squadra da cui il Southampton lo prelevò quando era ancora dodicenne pagando 2.000 pound più una serie di premi futuri per ottenerlo. Non conosco il nome dello scout che ha messo a segno questo colpo, ma è chiaro che ha avuto un'intuizione geniale.
Dopo aver fatto molte delle trafila con i Saints, nel 2004-05 totalizza 14 reti e 11 assist con la squadra under-17: credenziali che gli valsero la chiamata nella nazionale under-17. Nella visita medica però i medici scoprono un'allarmante tachicardia: Adam è quindi costretto a rinunciare alla chiamata della nazionale e ad operarsi. La sua carriera pareva ormai dirigersi lungo il viale del tramonto, per fortuna la sua famiglia lo convince però a continuare a giocare. Mai fu fatta cosa più giusta: credo che i tifosi dei Saints non finiranno mai di ringraziarla. Infatti da lì, inizia un costante processo di crescita per Adam che diventa ormai un pilastro imprescindibile per la squadra di Adkins, di cui è anche il giocatore più talentuoso. Dove potrà arrivare? Il meglio per lui al momento sarebbe evitare di affrettare le cose e stare il più a lungo possibile col Southampton, squadra che tra l'altro ha tutte le carte in regola per salire in Premiership. E' lui il principale trascinatore dei Saints ed è soprattutto merito suo se il Southampton è padrone della Championship per il momento. Grande talento, buona consapevolezza tattica e tanto movimento lungo tutto il fronte d'attacco: il classico trequartista moderno, non fosse per il fatto che è abbastanza esile fisicamente (e sappiamo bene come questi siano gli anni dei vari Boateng, Yaya Tourè, Toivonen ma anche, guardando a realtà meno faraoniche, Pinardi e Delvecchio: tutti trequartisti forti soprattutto sotto il punto di vista fisico-atletico). Per i Saints è ormai un idolo da qualche anno, e l'ho potuto intuire personalmente ascoltando nel bel mezzo della Northam Stand (la curva in cui notoriamente si riuniscono i tifosi più caldi dei Saints) uno straordinario coro che fa: He plays on the left, he plays on the right..Adam Lallana makes Messi look shite. Di certo molto arguta ma probabilmente è esagerata come asserzione, anche perchè credo che nessuno dovrebbe allarmarsi se Messi non sapesse nemmeno chi sia Lallana, ma di certo rende l'idea di ciò che Lallana significa per il Southampton: un patrimonio inestimabile ma soprattutto l'uomo su cui si concentrano le speranze di una piazza di rara passionalità che spera di tornare a vivere palcoscenici più intriganti e blasonati come meriterebbe. Quello che Lallana potrebbe migliorare è la continuità nell'arco della partita, spesso si "nasconde" e si estranea dalla partita. Ma è comunque un ragazzo che sa assumersi le proprie responsabilità e caricarsi la squadra sulle spalle quando la situazione lo richiede: congrue conseguenze della tormentata storia che ha vissuto. In definitiva, si tratta indubbiamente di un giocatore dal talento nitido e dagli sterminati margini di miglioramento: farà parlare di sè, questo è sicuro. E presto se ne accorgerà anche Messi...