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domenica 13 maggio 2012

Premier League, finale da infarto! Il City è campione ma..che fatica!

Forse è vero. Forse effettivamente campionati come la Premier League non esistono. Non penso possa esistere in una dimensione parallela un altro campionato dove una squadra, prima batte la prima classificata e la scavalca (lo United), poi espugna uno dei campi più difficili (la SportsDirect Arena di Newcastle-upon-Tyne) e infine, coi coriandoli già pronti e lo spumante al fresco, rischia di sciupare tutto contro una delle più modeste del campionato (il QPR). Il Manchester City se l’era conquistato questo momento, rosicchiando con abnegazione e classe l’abissale gap di 7 punti che lo divideva dal Manchester United, dalla clamorosa debacle dell’Emirates a una serie ininterrotta di successi intervallata dai tonfi dei Red Devils contro Wigan ed Everton. Oggi pomeriggio, i ragazzi di Mancini hanno pensato di dover scendere in campo unicamente per sfilare per i propri tifosi, inconsapevoli della verve e della motivazione che avevano reso il QPR (si giocava la permanenza in Premier) un avversario ben più temibile di quanto sembrasse. In realtà erano passati in vantaggio i Citizens, con Zabaleta 19 minuti dopo la rete che a Sunderland sanciva, nel frattempo, la vittoria degli odiati cugini. Tutto sembrava procedere per il meglio, niente sembrava ormai frapporsi tra il City e il titolo agognato da ormai 44 anni. E invece, gli sfortunati tifosi dei Citizens non avevano fatto i conti col risultato di una terza partita, quella che si giocava al Britannia Stadium tra Stoke City e Bolton e che vedeva in vantaggio proprio gli ospiti guidati da Coyle. Per il QPR vincere era diventato dunque l’unico modo per prolungare l’esperienza nella massima serie inglese. Il rientro dagli spogliatoi è drammatico per i Citizens: prima Cissè, poi Mackie battono Hart e portano in vantaggio clamorosamente i SuperHoops. Quella che, anche in virtù dell’ennesima espulsione a Barton, sembrava una partita che il City poteva recuperare senza troppi problemi, iniziava ad assumere sempre più le proporzioni di un incubo, dell’ultimo capitolo di un disegno divino storicamente ostile ai tifosi dei Citizens. I minuti passavano, Mancini delirava a livelli sempre più paradossali, incredulo di stare per perdere un titolo che riteneva già suo, le lacrime e i segni di stizza si moltiplicano tra gli spalti dell’Etihad. Mancini si gioca la carta Balotelli, si arriva al 90′: il City ha cinque minuti per segnare due gol. Niente sembrava ormai frapporsi tra lo United e un insperato quanto succulento titolo, l’ennesimo di una storia costellata di successi. E invece no, mentre al Britannia Stadium la partita finiva e il punteggio recitava 2-2, con Bolton ormai irrimediabilmente retrocesso, Dzeko riesce a pareggiare la partita e a restituire speranza e ossigeno ai propri tifosi. Passano due minuti, ed è Aguero a sfruttare l’ottimo assist di Balotelli e a battere Kenny scrivendo l’ultimo capitolo di una competizione leggendaria. Possono gioire i tifosi del City, possono finalmente gioire. Il titolo è loro, c’è una luce, ed è una grande luce, in fondo al loro tunnel.

Potete leggerlo anche su Spaziocalciomercato.it

domenica 22 gennaio 2012

Si scrive fortuna, si legge City

Quello sull'esistenza di Dio è un dibattito eterno, a cui spesso gli uomini non riescono a dare una spiegazione soddisfacente. Per quello che ha vissuto oggi, di certo, Mancini avrà invece le idee piuttosto chiare a riguardo. Dio esiste, eccome se esiste. E tifa Manchester City, peraltro. E' l'unico modo per spiegarsi il senso dei mirabolanti 90' dell'Etihad Stadium, con cui i tifosi dei Citizens hanno toccato l'apice di una serie immane di aiuti della dea bendata, iniziata con il rilevamento della società dello sceicco Mansour, proseguita a suon di cifre esorbitanti in sede di campagna acquisti e concretizzatasi definitivamente forse proprio oggi, quando il City fa un passo decisissimo verso la conquista della Barclays Premier League.

E pensare che i primi 45 minuti sembrava potessero dare un esito molto meno eclatante ad una partita molto bloccata e piuttosto povera di emozioni. Le squadre conoscevano bene l'importanza del match: per il Tottenham la trasferta di Manchester aveva tutta l'aria di essere l'ultima chiamata per continuare a sognare la vittoria finale. Un sogno apparentemente irrealizzabile ed irrazionale ma che, per lo straordinario gioco mostrato dagli Spurs, è molto più realistico di quanto non dica il conto in banca e il numero di milioni spesi del team del nord di Londra. Il City invece sapeva bene che il match odierno poteva essere uno degli ultimi ostacoli verso il tanto agognato titolo. Questo è stato ciò che le squadre hanno detto nel primo tempo, mostrandosi attente (anche al punto di snaturare il proprio modo di giocare, come nel caso del Tottenham) e tatticamente composte. Con la ripresa, il match ha preso tutta un'altra piega, iniziando a risarcire gli spettatori delle emozioni che s'aspettavano da un match che statisticamente si presentava leggendario alla vigilia. A sbloccare il risultato ci pensa Nasri, imbeccato da Silva. A distanza di pochi secondi è Lescott a trovare la via della rete con una dinamica quasi rugbistica. Assoluto black-out del Tottenham, il cui destino sembrava ormai compromesso. Stefan Savic, mastodontico centrale montenegrino, feticcio di Mancini per qualità onestamente criptiche, decide però di riscrivere il copione del match, destinato ormai verso una pressoché scontata vittoria del City. L'ex Partizan svirgola malamente il pallone di testa, dando un imprescindibile aiuto a Defoe che può colpire indisturbato alle spalle di Hart riaprendo la partita. Passano solo 5 minuti ed è un Bale fino ad allora piuttosto confusionario e poco ispirato a trovare la via della rete con un antologico sinistro a giro che stampa il punteggio sul risultato di parità. Per il City il più classico esempio di doccia fredda, per il Tottenham un incentivo a provare a guadagnare addirittura l'intera posta in palio. Le squadre cambiano volto: entra Balotelli, entra Livermore, escono Dzeko e Van der Vaart. Nel finale è il Tottenham a cercare con più insistenza la rete, ma arrivati al 90' i giocatori sembravano avviarsi verso il tacito compromesso di non farsi più del male. Sembrava questa l'idea del Tottenham quando con una serie stucchevole di passaggi manovrava il pallone a centrocampo finché Modric decide di provarci un'ultima volta servendo Bale sul filo del fuorigioco. Il gallese avanza, corre e brucia sullo scatto l'avversario diretto servendo un pallone al bacio per Defoe che, in condizioni precarie, a pochi centimetri dalla porta difesa da Hart calcia malamente a lato. Bastano pochi secondi, pochi secondi dal momento in cui il Tottenham aveva toccato il cielo con un dito assaporando un vantaggio sin troppo importante per le proprie sorti in campionato, pochi secondi ed il match cambia totalmente faccia. Balotelli avanza palla al piede e viene brutalmente falciato da King: Webb, pur con un po' di titubanza, sa bene che non può esimersi dall'indicare il dischetto. Balotelli prende la mira, tira, spiazza Friedel: il City batte il Tottenham per 3-2 nel più adeguato ed esaustivo esempio del peso che la fortuna ricopre in questo sport. E Mancini, allenatore della squadra più spendacciona del mondo ma con un gioco neanche lontanamente all'altezza delle spese, dovrebbe saperlo fin troppo bene. 

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