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domenica 2 dicembre 2012

Stefan Savic, l'altra faccia della Fiorentina montenegrina


Esiste da poco più di 6 anni ma spesso risulta ancora un boccone indigesto ai meno pratici della geografia che ancora la considerano, erroneamente, parte del territorio serbo, o peggio, di quello jugoslavo. A Firenze però, quando si parla di Montenegro, si conosce bene l’argomento. Si sa bene che si tratta di una nazione calcisticamente molto in crescita e che sempre più talenti sta offrendo al variopinto mondo del calcio. L’hanno imparato grazie alle gesta del loro numero 8, ossia Stevan Jovetic, una delle luci più raggianti dell’opaco campionato italiano. Un altro montenegrino, Stefan Savic sta confermando quanto appreso.
Dietro i 186 cm e un fisico mastodontico che, abbinato alla bruna criniera, quasi lo rende un dio greco, si cela una personalità altrettanto possente e indomabile. Quella di un ragazzo che, a soli 20 anni, ha deciso di lasciare i Balcani per inseguire un sogno con la palla al piede, affogando ogni preoccupazione concernente la possibilità di aver fatto il passo più lungo della gamba, nelle cifre dell’oneroso contratto che gli offriva il Manchester City. Per strapparlo al Partizan, Mancini pagò ai serbi un corrispettivo vicino ai 6 milioni di sterline (circa 7 milioni d’euro) assicurandosi così le prestazioni di colui che veniva definito come uno dei giovani difensori più talentuosi del panorama europeo. E infatti, il manager di Jesi non gli ha affatto lesinato fiducia schierandolo per ben 21 volte e preferendolo spesso ai più famosi (e pagati) Lescott Kompany. L’apporto di Savic non è stato per la verità esaltante, a rovinare un rendimento tutto sommato vicino alla sufficienza sono i diversi errori commessi dal centrale montenegrino, come il goffo intervento contro il Tottenham che concesse (quasi un anno fa) il gol a Defoe e che rischiava di compromettere la partita, e il campionato per iCitizens.
Non sono mancati però i momenti lieti, il più felice è indubbiamente quello vissuto ad Ewood Park, dove il leone montenegrino ha ruggito dopo il poderoso stacco di testa che gli consentì di battere Robinson, il portiere del Blackburn Rovers. L’altro è quello del Villa Park, quando Savic vestì per l’ultima volta la maglia del Manchester City giocando il Charity Shield che la sua squadra vinse per 3-2 contro il Chelsea.
La partenza, inaspettata, per Firenze rappresenta l’inizio di un nuovo capitolo per Savic, proprio mentre il suo collega Nastasic compiva il percorso inverso ed andava ad abbracciare Mancini. La decina di milioni ottenuta oltre al cartellino di Savic ha convinto anche i più scettici tifosi della Viola circa la convenienza dell’operazione e le ultime prestazioni del montenegrino lo stanno confermando. Dopo un inizio passato più in panchina che in campo, Savic si sta ritagliando uno spazio importante nell’undici di Montella e sta facendo il possibile affinché il nome di Nastasic resti un ricordo sfiorito nelle memorie dei tifosi fiorentini. La fisicità, il vigore e la discreta padronanza tecnica fanno di lui un buonissimo difensore, che forse a Manchester ha pagato a caro prezzo l’inesperienza e l’alta propensione alle amnesie difensive. Difetti che i doriani sperano di rivedere nell’ostico confronto col rapido e sgusciante Icardi che caratterizzerà uno dei diversi mismatch della sfida del Franchi. 

domenica 22 gennaio 2012

Si scrive fortuna, si legge City

Quello sull'esistenza di Dio è un dibattito eterno, a cui spesso gli uomini non riescono a dare una spiegazione soddisfacente. Per quello che ha vissuto oggi, di certo, Mancini avrà invece le idee piuttosto chiare a riguardo. Dio esiste, eccome se esiste. E tifa Manchester City, peraltro. E' l'unico modo per spiegarsi il senso dei mirabolanti 90' dell'Etihad Stadium, con cui i tifosi dei Citizens hanno toccato l'apice di una serie immane di aiuti della dea bendata, iniziata con il rilevamento della società dello sceicco Mansour, proseguita a suon di cifre esorbitanti in sede di campagna acquisti e concretizzatasi definitivamente forse proprio oggi, quando il City fa un passo decisissimo verso la conquista della Barclays Premier League.

E pensare che i primi 45 minuti sembrava potessero dare un esito molto meno eclatante ad una partita molto bloccata e piuttosto povera di emozioni. Le squadre conoscevano bene l'importanza del match: per il Tottenham la trasferta di Manchester aveva tutta l'aria di essere l'ultima chiamata per continuare a sognare la vittoria finale. Un sogno apparentemente irrealizzabile ed irrazionale ma che, per lo straordinario gioco mostrato dagli Spurs, è molto più realistico di quanto non dica il conto in banca e il numero di milioni spesi del team del nord di Londra. Il City invece sapeva bene che il match odierno poteva essere uno degli ultimi ostacoli verso il tanto agognato titolo. Questo è stato ciò che le squadre hanno detto nel primo tempo, mostrandosi attente (anche al punto di snaturare il proprio modo di giocare, come nel caso del Tottenham) e tatticamente composte. Con la ripresa, il match ha preso tutta un'altra piega, iniziando a risarcire gli spettatori delle emozioni che s'aspettavano da un match che statisticamente si presentava leggendario alla vigilia. A sbloccare il risultato ci pensa Nasri, imbeccato da Silva. A distanza di pochi secondi è Lescott a trovare la via della rete con una dinamica quasi rugbistica. Assoluto black-out del Tottenham, il cui destino sembrava ormai compromesso. Stefan Savic, mastodontico centrale montenegrino, feticcio di Mancini per qualità onestamente criptiche, decide però di riscrivere il copione del match, destinato ormai verso una pressoché scontata vittoria del City. L'ex Partizan svirgola malamente il pallone di testa, dando un imprescindibile aiuto a Defoe che può colpire indisturbato alle spalle di Hart riaprendo la partita. Passano solo 5 minuti ed è un Bale fino ad allora piuttosto confusionario e poco ispirato a trovare la via della rete con un antologico sinistro a giro che stampa il punteggio sul risultato di parità. Per il City il più classico esempio di doccia fredda, per il Tottenham un incentivo a provare a guadagnare addirittura l'intera posta in palio. Le squadre cambiano volto: entra Balotelli, entra Livermore, escono Dzeko e Van der Vaart. Nel finale è il Tottenham a cercare con più insistenza la rete, ma arrivati al 90' i giocatori sembravano avviarsi verso il tacito compromesso di non farsi più del male. Sembrava questa l'idea del Tottenham quando con una serie stucchevole di passaggi manovrava il pallone a centrocampo finché Modric decide di provarci un'ultima volta servendo Bale sul filo del fuorigioco. Il gallese avanza, corre e brucia sullo scatto l'avversario diretto servendo un pallone al bacio per Defoe che, in condizioni precarie, a pochi centimetri dalla porta difesa da Hart calcia malamente a lato. Bastano pochi secondi, pochi secondi dal momento in cui il Tottenham aveva toccato il cielo con un dito assaporando un vantaggio sin troppo importante per le proprie sorti in campionato, pochi secondi ed il match cambia totalmente faccia. Balotelli avanza palla al piede e viene brutalmente falciato da King: Webb, pur con un po' di titubanza, sa bene che non può esimersi dall'indicare il dischetto. Balotelli prende la mira, tira, spiazza Friedel: il City batte il Tottenham per 3-2 nel più adeguato ed esaustivo esempio del peso che la fortuna ricopre in questo sport. E Mancini, allenatore della squadra più spendacciona del mondo ma con un gioco neanche lontanamente all'altezza delle spese, dovrebbe saperlo fin troppo bene. 

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