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giovedì 8 marzo 2012

Bielsa ingabbia lo United: è clamoroso l'epilogo dell'Old Trafford

La demenza senile sembrava l'unica ragione plausibile per spiegarsi il secco "no" con cui quest'estate Bielsa rifiutò la faraonica proposta di Moratti all'Inter. Aveva vinto tanto, raggiunto obiettivi inesplicabili e il declino, si sa, arriva per tutti, anche per i più grandi. E invece Marcelo al viale del tramonto proprio non ci pensava e anzi continuava a lavorare sotto traccia, questa volta a un nuovo affascinante progetto, a Bilbao con l'Athletic Club, serafico e tenace nel non lasciare nulla al caso e provare a scrivere la storia anche con il club basco. Adesso, a distanza di 8 mesi, l'affare pare averlo fatto lui, vedendo i guai patiti a Corso Vittorio Emanuele e le straordinarie imprese che i ragazzi baschi stanno conseguendo. L'ultima e più importante di una stagione già pienamente soddisfacente non solo per l'ottimo cammino in Europa League ma anche per il prodigioso quinto (leggasi terzo, le prime due giocano in un'altra galassia) posto occupato sin ora in Liga, è quella raccontata stasera dai decibel delle assordanti urla dei numerosissimi supporters baschi e dalla suggestiva coreografia corredata dalle loro sciarpe bianco-rosse. L'Old Trafford stasera, e non solo per le migliaia di tifosi approdati dalla Spagna, è sembrata una colonia basca, conquistata con l'ingegno del soave ma costruttivo tiki-taka dell'Athletic che ha stordito la squadra di Ferguson. I 3 gol siglati non sono, come i più maliziosi potrebbero pensare, frutto di omaggi di De Gea, il quale anzi ha scongiurato il tracollo totale. L'ex bimbo-prodigio dell'Atletico Madrid è stato il più reattivo dei suoi concedendosi anche il lusso, dopo i miracolosi interventi compiuti (razionalmente inspiegabile il volo sul destro di Llorente), di sgridare i compagni conquistandosi, seppur solo momentaneamente, quella stessa leadership che solo qualche tempo fa era costretto a sorbirsi dai più esperti e diligenti compagni quando gli rimproveravano gli errori commessi. Chi di leadership e carisma ne ha ormai in abbondanza è Iker Muniain, il cui talento raggiante resta il più bel petalo sul fiore minuziosamente coltivato da Bielsa. Il diciannovenne brevilineo dai piedi fatati non è però l'unico astro di una formazione in grado di travalicare le individualità e di privilegiare la manovra valorizzando ognuno dei 22 piedi scesi in campo all'Old Trafford, in pieno stile fordista. Non è da trascurare nemmeno Llorente, l'emblema del talento, quello puro, sodo e cinico che fa lievitare le statistiche. Fernando è stato qualcosa di molto simile a un incubo per Evans, che proprio non sapeva come frenare l'avvenente centravanti basco che, come Muniain, è destinato a guidare la nazionale spagnola ai prossimi Europei. I baschi hanno deturpato i Red Devils, ancorati unicamente al rigore nel finale di Rooney per sperare in un passaggio del turno davvero poco auspicabile. L'Athletic, stasera, ha scritto la storia, dominando i detentori del titolo inglese e quindi aprendo una nuova, annosa, discussione sulle gerarchie che regolano il calcio europeo. Chi ha ragione? A Marcelo Bielsa poco importa: lui si accontenta di impartirci, tacitamente, autentiche lezioni di vita. L'ultima? Battere campioni milionari e internazionalmente affermati con una squadra fatta esclusivamente di calciatori baschi e costruita con pochi spiccioli. No, non è affatto un demente.
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domenica 23 ottobre 2011

Boring, boring City

Come recita uno dei tanti cori che i tifosi del City hanno intonato, fierissimi, tra gli spalti di un Old Trafford ragionevolmente gremito, il Manchester City è proprio noioso. Anche oggi, gli uomini di Mancini, chiamati a una prestigiosa quanto pericolosa prova del 9 che avrebbe stabilito le loro reali chance per questa stagione, non hanno fallito. Regolato anche lo United, sotterrato da un impietoso 1-6. Una sostanziosa pietra sopra l'ingombrante tabù che tormentava il City e i loro tifosi, da tanto, troppo, tempo. Condivido solo in parte le sviolinate fatte da Marianella e Costacurta a Mancini. Il merito va si al coach dei Citizens, ma soprattutto al portafogli dello sceicco Mansour che con il famoso one billion pounds, con cui ha completamente rinnovato squadra, strutture societarie, staff e tanto altro ancora, ha costruito una vera e propria macchina da guerra. Aldilà dei primi 10 minuti in cui lo United pareva in grado di amministrare il match, il City ha dominato in lungo e in largo la partita soprattutto grazie al necessario apporto di Balotelli che ha siglato una bella doppietta con cui comunque difficilmente stroncherà gli sfottò (naturalissimi dopo quello che Super-Mario ha combinato in settimana) che circolano intorno al suo bizzarro carattere. Una prestazione davvero di concretezza totale per Balotelli: ottime giocate, buon pressing e tanto, tanto talento là davanti. Mancini ha fatto la scelta giusta preferendolo a Dzeko, che, eppure, ha avuto modo di siglare una doppietta nell'irrisorio lasso di tempo concessogli. Scontato, ma corretto, dire che al momento il City sia la forza dominante del calcio inglese e la principale accreditata per la vittoria della Premiership. Sembra essere passata un'eternità dalla dura imbarcata subita nel Community Shield: diametralmente opposta la mentalità e la bravura tecnico-tattica mostrata quest'oggi dagli Skyblues. Così come completamente diversa è stata la stazza dello United oggi, sgretolatasi in maniera imbarazzante a metà-secondo tempo quando il City ha maestosamente ampliato le proporzioni del trionfo. La prima cosa che mi sento di criticare è la linea verde dello United, tanto elogiata in passato: è questa la prima causa dell'insolita difficoltà nel giocare un match così importante, solitamente la vera forza dei Red Devils, come d'altronde ci ricorda la fantastica tradizione di questo club. Ed in effetti le prestazioni dei vari Evans (espulso), Smalling (anche oggi ha dimostrato di essere palesemente inadeguato a giocare da terzino) e Welbeck (evanescente) sono state pessime. Forse è ancora presto per reputarli i sostituti di gente come Neville, Giggs o Scholes nella nuova dinastia che Ferguson si appresta a creare. Un'altra delle ragioni per cui il povero De Gea ha dovuto raccogliere per ben 6 volte la palla dal sacco è probabilmente l'inconsistenza del centrocampo, un problema ripresentatosi dopo il match fortunosamente pareggiato una settimana fa ad Anfield: Anderson e Fletcher hanno faticato e molto a tenere alto il baricentro della propria squadra, sovrastati dalla fisicità di Barry e Yaya Tourè. Lo status quo è stato chiaramente sconvolto da quanto avvenuto in due ore di puro spettacolo: il confronto tra questi due club che fino a poche ore fa sembrava ancora sorridere allo United, adesso si è diametralmente ribaltato. E per definire questo cambiamento non basta una mano...