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sabato 15 settembre 2012

PUBBLICATO SUL SITO DI PEDULLA'- Quanti soldi spesi! Dove potrà arrivare il QPR?


Quando si parla di soldi, di mercato e di Premier League, è spontaneo pensare al ritornello di Blue moon e all'aquila dorata che simboleggia il club meno titolato di Manchester, ma questa volta ad aver fatto il bello e il cattivo tempo del mercato inglese non è stato il club di Mancini. Sia chiaro, la shopping-mania del tecnico marchigiano non si è certo placata anzi, nuovi milioni sono stati sborsati, più per capriccio che per esigenza, e nuovi calciatori sono arrivati (Javi Garcia, Maicon, Sinclair, Nastasic e Rodwell).

Ma l'invidiata palma di "regina" del mercato va indubbiamente ai Queens Park Rangers, che tra entrate e uscite hanno ultimato 16 operazioni. Molte di queste sono state operazioni in entrata, dettate dalle sfrenate ambizioni dell'azionista di maggioranza, il malesiano Tony Fernandes, che ha ripreso un programma di rinforzamento iniziato l'agosto 2011 (quando portò a Loftus Road gente come Barton, Wright-Philipps e Traorè- solo per citarne alcuni), proseguito lo scorso gennaio (con Cissè, Zamora, Onouha e compagnia) e terminato, si spera, con la ricca flotta di nuovi arrivi di questa sessione di mercato. Il proprietario dell'Air Asia non ha mai fatto mistero dei suoi faraonici programmi, ma i verdetti del campo non stanno per il momento volgendo a suo favore: dopo la miracolosa salvezza della scorsa stagione, nelle prime tre partite dell'attesissima formazione londinese non è arrivato che un misero punto. E il trend sembra ben lungi dal migliorarsi in una squadra costituita da giocatori che, perlopiù, non si conoscono o stanno giocando insieme per la prima volta. 

Spendere e comprare così tanto era davvero necessario? Leggendo la folta lista degli arrivi dei QPR, l'immediata e naturale impressione è abbastanza comune: pochi di questi giocatori servivano davvero ai SuperHoops. Ricapitoliamo: sono arrivati Diakitè, Park, Green, Bosingwa, Hoilett, Nelsen, Fabio, Johnson, Julio Cesar, Granero e M'Bia. Insomma, apparentemente un mercato da top team. Molti di questi giocatori sono buonissimi, alcuni straordinari rispetto alla caratura della squadra: non tutti, anzi, ben pochi, occorrevano davvero a Mark Hughes, che già poteva contare di un'intelaiatura, almeno in teoria, di buonissimo livello. Aveva Paddy Kenny, un portiere di ottime qualità ma non di un appeal mediatico altrettanto ottimo. Così l'irlandese è partito alla volta di Leeds e al suo posto è arrivato il più noto Robert Green, il cui soprannome Nevergreen rende l'idea riguardo la sua discontinuità e la sua fragilità mentale ma non rende giustizia alle sue più che dignitose doti tecniche, sicuramente in linea con le aspettative (almeno a breve termine) della squadra londinese. Avere un portiere di medio livello a quanto pare non è bastato, e dopo aver fiutato un ottimo affare hanno dato a Julio Cesar l'ennesima copia delle chiavi della porta dei Rangers. Un duo di grande peso, sul campo così come sul monte ingaggi. Ma non è finita, il motto melium abundare quam deficere ha dominato larghi tratti della campagna acquisti dei SuperHoops e si rispecchia in particolare in alcuni specifici ruoli dell'undici di Hughes, come quello del terzino destro (in cui oltre a Young e Onouha figura il neo-arrivato Bosingwa) o quelli che fanno capo alla zona nevralgica (a centrocampo ci sono due maglie da dividere tra M'Bia, Diakitè, Granero, Derry, Faurlin e Park). Insomma, un imbarazzo della scelta degno del Manchester City, o meglio ancora del Real Madrid, visto l'acquisto di Estebàn Granero, arrivato proprio dai galacticos

L'abbondanza è sintomo di programmazione e di prudenza ma non è il vero filo conduttore del mercato dei QPR. Al centro della difesa infatti, imbarazzante è la penuria: i titolari sono Clint Hill ed Anton Ferdinand, rispettivamente il sosia dai piedi di marmo del Chandler di Friends e il fiero mr. sono-qui-grazie-a-mio-fratello. Entrambi con la Premier League c'entrano poco, molte delle colpe del clamoroso tracollo interno contro lo Swansea è da attribuire proprio allo sgangherato duo arretrato. La versatilità di Onouha e M'Bia che possono ricoprire quella posizione seppur snaturando del tutto i propri identikit tattici e l'esperienza di Nelsen non migliorano la situazione, che resta, nonostante le eccellenze che spuntano tra gli altri reparti della squadra, molto desolante. La Premier League ci insegna costantemente quanto sia diabolica nel sottolineare le lacune di una squadra: potrebbe bastare questo difetto per rassegnare i QPR ancora una volta alla lotta per non retrocedere. Quel che è peggio è che questo difetto non è l'unico: non sembra esistere un vero e proprio gruppo nè sembra esserci intesa tra i SuperHoops, Hughes inoltre ci mette ampiamente del suo: Taarabt è spesse volte snobbato e il suo potenziale stellare sta marcendo di pari passo con le aspettative offensive di una squadra che pensa di affidarsi al fumoso Wright-Philipps (come accaduto in occasione del match perso all'Etihad), non esistono titolari nè riserve, non c'è un filo logico che regoli le scelte del manager. Il caos è, insomma, totale. Ecco quindi l'ennesimo capitolo del libro "Spendere non vuol dire vincere" che è pieno di storie di calcio e che ne potrebbe contenere una persino più interessante, quella di Leonardo, Ancelotti e del miliardario Al Thani

Pubblicato per il sito ufficiale di Alfredo Pedullà 

giovedì 8 marzo 2012

Bielsa ingabbia lo United: è clamoroso l'epilogo dell'Old Trafford

La demenza senile sembrava l'unica ragione plausibile per spiegarsi il secco "no" con cui quest'estate Bielsa rifiutò la faraonica proposta di Moratti all'Inter. Aveva vinto tanto, raggiunto obiettivi inesplicabili e il declino, si sa, arriva per tutti, anche per i più grandi. E invece Marcelo al viale del tramonto proprio non ci pensava e anzi continuava a lavorare sotto traccia, questa volta a un nuovo affascinante progetto, a Bilbao con l'Athletic Club, serafico e tenace nel non lasciare nulla al caso e provare a scrivere la storia anche con il club basco. Adesso, a distanza di 8 mesi, l'affare pare averlo fatto lui, vedendo i guai patiti a Corso Vittorio Emanuele e le straordinarie imprese che i ragazzi baschi stanno conseguendo. L'ultima e più importante di una stagione già pienamente soddisfacente non solo per l'ottimo cammino in Europa League ma anche per il prodigioso quinto (leggasi terzo, le prime due giocano in un'altra galassia) posto occupato sin ora in Liga, è quella raccontata stasera dai decibel delle assordanti urla dei numerosissimi supporters baschi e dalla suggestiva coreografia corredata dalle loro sciarpe bianco-rosse. L'Old Trafford stasera, e non solo per le migliaia di tifosi approdati dalla Spagna, è sembrata una colonia basca, conquistata con l'ingegno del soave ma costruttivo tiki-taka dell'Athletic che ha stordito la squadra di Ferguson. I 3 gol siglati non sono, come i più maliziosi potrebbero pensare, frutto di omaggi di De Gea, il quale anzi ha scongiurato il tracollo totale. L'ex bimbo-prodigio dell'Atletico Madrid è stato il più reattivo dei suoi concedendosi anche il lusso, dopo i miracolosi interventi compiuti (razionalmente inspiegabile il volo sul destro di Llorente), di sgridare i compagni conquistandosi, seppur solo momentaneamente, quella stessa leadership che solo qualche tempo fa era costretto a sorbirsi dai più esperti e diligenti compagni quando gli rimproveravano gli errori commessi. Chi di leadership e carisma ne ha ormai in abbondanza è Iker Muniain, il cui talento raggiante resta il più bel petalo sul fiore minuziosamente coltivato da Bielsa. Il diciannovenne brevilineo dai piedi fatati non è però l'unico astro di una formazione in grado di travalicare le individualità e di privilegiare la manovra valorizzando ognuno dei 22 piedi scesi in campo all'Old Trafford, in pieno stile fordista. Non è da trascurare nemmeno Llorente, l'emblema del talento, quello puro, sodo e cinico che fa lievitare le statistiche. Fernando è stato qualcosa di molto simile a un incubo per Evans, che proprio non sapeva come frenare l'avvenente centravanti basco che, come Muniain, è destinato a guidare la nazionale spagnola ai prossimi Europei. I baschi hanno deturpato i Red Devils, ancorati unicamente al rigore nel finale di Rooney per sperare in un passaggio del turno davvero poco auspicabile. L'Athletic, stasera, ha scritto la storia, dominando i detentori del titolo inglese e quindi aprendo una nuova, annosa, discussione sulle gerarchie che regolano il calcio europeo. Chi ha ragione? A Marcelo Bielsa poco importa: lui si accontenta di impartirci, tacitamente, autentiche lezioni di vita. L'ultima? Battere campioni milionari e internazionalmente affermati con una squadra fatta esclusivamente di calciatori baschi e costruita con pochi spiccioli. No, non è affatto un demente.
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