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domenica 2 dicembre 2012

Wenger alla Morandi: "Stiamo uniti!"


I più lo ricorderanno: è stato il tormentone della passata edizione del Festival di Sanremo. ArséneWenger, seppur in un'altra lingua e in ambienti decisamente diversi, ha parafrasato lo slogan che Gianni Morandi ripeteva nelle circostanze più disparate e cioè appunto "Stiamo uniti". E' un periodo molto difficile dell'Arsenal, e la sconfitta subita tra le mura amiche per mano dello Swansea, riaccende le voci che vogliono Wenger pronto a dimettersi. Arséne però, ha smentito ed anzi continua a credere nel suo gruppo:
"Stiamo uniti! Siamo qui per migliorare le cose e son sicuro che ci riusciremo per la qualità e lo spirito che ci contraddistingue. E' un'ottima occasione per unirci e dimostrare che siamo forti".
La prestazione dell'Arsenal non è stata però convincente, anzi: "Il match non mi è piaciuto. E' stato frustante perché non abbiamo avuto abbastanza creatività e cinismo, mentre lo Swansea ha saputo essere sufficientemente pragmatico: ripeto, è frustrante ma è la verità".
Intanto la classifica inizia ad essere preoccupante per le ambizioni dei Gunners: "Non guardo la classifica, dobbiamo pensare a migliorare il nostro gioco e le cose si aggiusteranno".
Un aiuto, dovrebbe arrivare anche dal mercato di gennaio: "Son sicuro che il nostroboard è pronto a spendere se troviamo i giocatori adatti".

lunedì 29 ottobre 2012

Van Persie ancora decisivo, è lui il numero uno?


Anni fa, secoli fa, un signore di nome Fedor Dostoevskij decise di emergere dall’anonimato e diventare uno degli scrittori più letti e famosi di sempre. “La bellezza salverà il mondo” disse, lasciando di sasso i lettori e pronunciando una delle frasi più criptiche e affascinanti che siano probabilmente mai state dette. Tra i seguaci del mantra del moscovita non può non figurare Sir Alex Ferguson, uno che la ha imparato a conoscere bene la bellezza. Ha imparato e si è innamorato dinanzi alle celestiali giocate di Robin van Persie, uno che di poesie ne scrive settimanalmente con la palla tra i piedi, ostentando una coordinazione atleticamente impeccabile e difficilmente emulabile.  Soprattutto, Sir Alex si è divertito e rallegrato nel vederlo con la maglia (tovaglietta, direbbero i detrattori) del Manchester United, squadra che con l’olandese è tornata a spadroneggiare e a presenziare nella ristrettissima èlite del calcio mondiale.
La flessibilità, la pluralità di opzioni offensive che Robin ha garantito a Ferguson hanno determinato effetti superlativi anche nel discusso successo sul Chelsea. Non è stata la miglior giornata di van Persie, che ha perso qualche pallone di troppo e che non ha giocato con la solita precisione e maestria. Eppure, il tabellino gli riconosce il gol dello 0-2, così come i replay dimostrano che il suo zampino in realtà c’è anche nelle altre due reti dello United, ed è uno zampino che vale quasi il 100% dei meriti, in entrambi i casi. Decisivo, forse più di Clattenburg e dei suoi degni compari, che hanno ingiustamente convalidato la rete di Hernandez ed inspiegabilmente espulso El Nino.
La grandezza dell’ex Feyenoord è perciò evidente: la sua presenza ha una così pesante influenza anche in giornate non particolarmente positive ed anche in partite non esattamente ordinarie (si giocava contro i primi classificati nonché unici imbattuti del campionato). Ed è un leit motiv che inizia a diventare noioso: sette le reti in campionato, due quelle in Champions. Un bottino che, a fine ottobre, pochi possono vantare.
Quando si parla di Robin, raramente si pensa al più forte attaccante del globo. Certo, ci sono Benzema, Ibrahimovic, c’è soprattutto Falcao, che con quello scoppiettante inizio di stagione ha stregato anche i più scettici: insomma, la concorrenza è di altissimo livello. Paragonare e confrontare calciatori così forti, ma anche così dissimili per caratteristiche e contesti, dà risultati estremamente scarsi, soprattutto in uno sport così poco razionale ed empirico. Quello che si evince dall’ondata mediatica e dai commenti più o meno imparziali dei vari telecronisti è che van Persie viene correntemente escluso dall’Olimpo dei più forti. Le ragioni possono essere svariate: chi lo conosce e l’ha seguito meglio, può spiegarsi parlando della sua limitata professionalità e del suo carattere decisamente scomodo: non è erroneo pensare al Van Persie che salpò da Rotterdam come una sorta di Balotelli d’Olanda, anche se a quei tempi Super Mario stava ancora giocando coi lego. Ben diversamente dal bad boy italiano, van Persie però ha saputo mimetizzarsi con la realtà inglese e diventare una persona notevolmente più matura: l’ultima squalifica scontata dall’olandese risale a quasi quattro anni fa (follia di Busacca in Barça-Arsenal esclusa). Sfatato il primo mito, ci si potrebbe appellare al fatto che l’unica stagione da top player (utilizzando l’accezione più elitaria possibile di questo termine eccessivamente inflazionato) dell’olandese sia stata quella scorsa. Anche in questo caso però si dimentica un particolare non certo trascurabile: l’ultima, fatata, stagione giocata coi Gunners è stata anche l’unica in tutta la sua carriera in cui abbia potuto collezionare più di 30 presenze. E poi, con il gol van Persie ha sempre avuto ottimi rapporti, anche nelle stagioni più grigie e sfortunate. Motivi quindi per aver paura di far brutta figura dando lo scettro virtuale di padrone d’Europa al numero 20 dello United in teoria dovrebbero mancare. Potrebbe risultare antipatico e viziato, o magari ambizioso e vincente, per le scelte prese in estate, ma quanti a 29 anni e con quel talento avrebbero sbattuto la porta in faccia al Manchester United e alla possibilità di riempire un palmares pressoché vuoto (e che all’Arsenal sarebbe rimasto tale con ogni probabilità)?
Si può aver paura, si può non averla: di certo, Robin è lì, in quell’Olimpo, ed ha davvero poco da invidiare ai colleghi con cui lo divide.

Pubblicato per TMW (BundesLigaPremier)

martedì 6 marzo 2012

Contro pronostici e patriottici: l'Arsenal salva l'orgoglio

Salmodiare sulle difficoltà, le pecche e le assurde utopie coltivate mediaticamente da Szczesny e Wenger è stato lo spot preferito dai milanisti in questi giorni. Nessuno, o quasi, avrebbe scommesso più di un penny sul fatto che la trasferta londinese si potesse rivelare qualcosa di ben più accattivante di un evitabile e costosa scampagnata turistica in terra britannica. Nessuno, tranne forse Allegri, che ha deciso di non lasciare nulla al caso schierando la migliore formazione possibile e mettendo temporaneamente una pietra sopra il suo ostinato difensivismo con uno schieramento sorprendentemente offensivo. Avrebbe costretto l'Arsenal a coprirsi col suo tridente, diceva, piuttosto convinto, in conferenza stampa. In realtà l'arrembante undici di Wenger è sembrato piuttosto apatico alla presenza di El Shaarawy sul terreno di gioco, e ha pensato sostanzialmente a giocarsi le proprie carte, dall'inizio, con l'innocenza e l'irruenza di chi sa di non avere proprio nulla da perdere. La voglia, la rabbia, la grinta: le stesse esatte emozioni raccontate dallo sguardo di Koscielny, quando, con forza, andava a riprendersi il pallone dopo averlo indisturbatamente depositato in rete. Passano solo pochi minuti, e un altro, clamoroso, errore difensivo dei rossoneri concede il gol ai Gunners, che festeggiano con Rosicky, il remake di quello forte e sgusciante del Borussia. Aver aborrito così esageratamente le possibilità dell'Arsenal iniziava ad assumere sempre più la connotazione del preludio di un epilogo apocalittico per i lenti e sbadati calciatori rossoneri. Il tridente allegriano non funziona, l'Arsenal s'infila costantemente nella metà-campo avversaria con le avanzate dei rapidi Walcott e Chamberlain, più di qualcosa sembra preannunciare che lo spettacolo Gunners sia destinato a continuare. Ed infatti continua: le abuliche prestazioni di un annata da sgretolare nel tritacarte dell'oblio avevano prodigiosamente cambiato volto e le chiare lacune accusate da ognuno degli interpreti di Wenger sembravano improvvisamente sparite in un curioso incantesimo di magia in cui lo sconsiderato atteggiamento rossonero avrà avuto sicuramente un peso importante. Sbaglia Emanuelson, sbaglia Nocerino, ma soprattutto sbaglia Mesbah: è l'algerino ad atterrare un funambolico Chamberlain e a costringere lo sloveno Skomina ad indicare il dischetto. Robin, il grande, meraviglioso, Robin, che veniva dalla fantasmagorica doppietta con cui sabato aveva saccheggiato Anfield Road, non può fallire e spiazza elegantemente Abbiati. Il risultato raggiunge una fisionomia preoccupante: è 3-0, con 45 minuti da vivere nella globalità dei sentimenti più disparati. Speranza, per i cuori londinesi, paura, per i tifosi milanisti nelle cui menti già correvano le immagini delle triste vicende di Istanbul e La Coruna, orgoglio, per uno dei maestri dell'ultima decade calcistica, Wenger, per cui miglior modo non ci sarebbe di coronare un'era ormai prossima al termine. L'Arsenal si presenta straripante come all'avvio, ma Van Persie fallisce clamorosamente il colpo del pareggio, graziando Abbiati con un lezioso cucchiaio. E' la fine della dionisiaca estasi emotiva: lapidario giunge l'apporto della ragione che ristabilisce i valori in campo e priva l'Arsenal dell'arrembaggio finale che pregustava. La partita finisce, tra gli applausi di un Emirates finalmente convinto dai suoi giovani rappresentanti, e le poco convinte proteste di Wenger con quartouomo e guardalinee, che prova a esorcizzare la stizza di un'impresa solo sfiorata.
E' la fine dell'esperienza dei Gunners in Champions, e forse il preludio di quella del Milan, che troppi limiti e incertezze ha accusato nell'arco della partita. Forse, è la fine, prematura, delle neonate apologie patriottiche con cui molti già si ringalluzzivano e rivendicavano la supremazia del nostro calcio. Se la forza dominante del calcio italiano ne prende 3 da una delle più opache versioni dell'Arsenal dell'ultimo decennio, evidentemente qualche problema dovrà esserci. 

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martedì 10 gennaio 2012

Grazie Titì, grazie ancora

Che il ritorno di Henry all'Emirates, a distanza di 5 anni, non si trattasse di una visita di piacere nè di un semplice e sdolcinato amarcord, lo si poteva intuire già dalle parole di Wenger che si era detto piacevolmente sorpreso dal suo stato di forma, definendolo "sharp" . Già, tagliente. Re della sua era calcistica ed archetipo dell'attaccante fisicamente e tecnicamente una spanna sopra gli altri che fa soavemente da collante tra centrocampo e attacco. Due piedi paradisiaci e un talento rubato agli dei del calcio e donato agli uomini così come Prometeo, a suo tempo, fece col fuoco. Tra i più decisivi, eleganti e maestosi del nuovo millennio, indubbiamente la più pulita e completa immagine di leader esistente. Una leadership poco appariscente, mai ostentata, quasi tacita, incisiva si, ma sempre nei limiti della signorilità, dentro e fuori il rettangolo di gioco. L'innata abilità di trasformare in meglio chi gli sta attorno e anche un pizzico di sfortuna nel non aver trovato mai la giusta chance per salire sul trono del mondo e per godere del tipo di pubblicità e considerazione che avrebbe meritato, quella da signore del calcio, divo inenarrabile di questo sport. Gli otto anni di Henry nel Nord di Londra sono stati essenzialmente questo, una storia appassionante e troppo romantica per finire con la lacrimata partenza verso Barcellona. Il ritorno, da protagonista, coi Gunners è stato il miglior sequel che si potesse dare a un film che commovente lo era già. Il gol, la prova che aggettivi come "bollito" calzano piuttosto male su un talento del genere, immortale nel suo splendore ma anche diabolicamente cinico nel suo spietato killer instinct che oggi ha pietrificato un Lonergan apparso quasi impenetrabile per fanti come Chamberlain, Ramsey e Chamakh. Probabilmente sarà uno dei tuoi ultimi lampi, o magari sarà il frangente decisivo del percorso verso quell'apice a cui da troppo tempo Wenger spera di arrivare, verso quel trofeo così tanto bramato da Arsène in questi anni ma che forse poteva arrivare solo con il ritorno del figliol prodigo. In ogni caso grazie, Titì, grazie ancora.
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sabato 10 dicembre 2011

La 125esima candelina sulla torta dei Gunners si chiama Van Persie

Non è stata una giornata come le altre all'Emirates. E non per il match in programma, non sembrava così spettacolare la prospettiva di affrontare l'Everton spaesato e indefinito tanto distante da quella squadra che una volta faceva tremare le grandi, Gunners inclusi. Piuttosto i tifosi del club londinese ricorderanno questo giorno perché oggi l'Arsenal ha festeggiato il compleanno: ben 125 gli anni compiuti dal club del Nord di Londra. Ecco perché a inizio gara è stata concessa la passerella a gente che come Wilson, Court, McLintock, Graham, Nelson e i più recenti Parlour, Lauren, Pires oltre ovviamente ad Henry, è stata parte integrante della memorabile storia del club. Tangibile la viscerale richiesta del calorosissimo pubblico dell'Emirates (oltre 60mila spettatori) di coronare una così importante ricorrenza con una vittoria fondamentale anche per le ultime residue speranze di titolo. A capitanare i Gunners c'era, manco a dirlo, Robin Van Persie, i cui numeri altisonanti raccontano quella che sinora è stata una stagione semplicemente da sogno. Eppure non inizia benissimo il capitano olandese, qualche palla persa e un po' di naturale pressione scaturita dalle ingombranti presenze dei mostri sacri dell'Arsenal, che vedendo il numero 10 destreggiarsi per il campo hanno riconosciuto colui che di fatto ha raccolto la loro eredità e che è l'unico vero timoniere del presente e del futuro della squadra londinese. Probabilmente, guardandolo con un sorriso stentato, Henry avrà pensato che Van Persie non fosse poi così fenomenale come giocatore ma che anzi i campioni avessero ben altra stoffa. O quantomeno questa sarebbe stata una reazione naturale alle giocate stentate e imprecise dei primi 70 minuti del talento nativo di Rotterdam. Sbagliare una partita dopo un così prolifico inizio sarebbe stato assolutamente normale, eppure Robin non ne sembrava molto convinto e anzi, da personaggio molto ambizioso qual è, provava in tutti i modi a farsi valere, stimolato da una sfida troppo affascinante per essere persa: dominare il più impervio dei confronti, quello con la storia. E così, quando il cronometro recitava il 25° minuto del secondo tempo, Koscielny appoggia il pallone a Song, il quale decide di dare l'ennesima prova del più che sopraffino bagaglio tecnico che ha messo su, destinando un pallone al bacio per Van Persie. L'olandese, al vertice sinistro dell'area di rigore, troppo ingolosito dalla prospettiva di accarezzare il pallone col suo magico sinistro, colpisce al volo e pietrifica Howard insaccando sul secondo palo. Un gol assolutamente eccezionale. Un movimento angelico, coordinato alla perfezione da un corpo la cui eccessiva fragilità ha probabilmente privato uno dei talenti più evidenti e spettacolari del nostro calcio di quel tipo di carriera che avrebbe meritato. Ennesimo saggio della sua eleganza, ennesima prova dell'indiscutibile primato che ricopre per talento e nobiltà calcistica. Tutti in piedi all'Emirates, con Henry impegnato in un applauso scrosciante quasi a farsi perdonare per un giudizio che troppo frettolosamente sembrava aver dato. La 125esima candelina sulla torta dei Gunners si chiama Robin Van Persie.
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mercoledì 5 ottobre 2011

Bavagli..a volte servirebbero!

Breve premessa: come tutti, o comunque una folta maggioranza, anch'io sento di pormi fortemente in disaccordo con quella che spero ancora di poter definire (bavaglio permettendo) una scandalosa proposta di riforma legislativa. Sarebbe veramente il massimo incrociare un polacco per strada e sentirsi dire "Io ho WIkipedia e tu no!!", davvero incredibile. Aspettiamo un verdetto comunque importante che dirà molto circa la  sorte di varie realtà virtuali, come la mai troppo celebrata enciclopedia wikipediana o appunto i blog, ma che dirà essenzialmente poco circa la credibilità della nostra casta politica che già solo discutendo tale assurdità dimostra tutta la sua inadeguatezza. Veramente un brutto momento per creare un blog, idea veramente brillante la mia. Comunque, leggevo distrattamente delle dichiarazioni di Ibrahimovic che si dice "stanco del calcio". Dovrebbe essere davvero duro guadagnare 9 milioni di euro netti all'anno per giocare a calcio (divinamente si, ma solo fino a gennaio, big match esclusi per altro), ti capiamo Ibra! Come ci dispiace...non sono uno a cui piace scagliarsi moralisticamente contro i calciatori tirando in ballo confronti con stereotipi come l'operaio che porta a casa 1.000 euro al mese o il precario della porta accanto, però Ibra qui ha veramente esagerato. Altra perla di saggezza direttamente dal mondo dei calciatori: Wojciech Szczesny, alla tenera età di 21 anni e fresco di un simpatico omaggio ai rivali del Tottenham (la papera che ha spalancato a Walker le porte del 2-1), sostiene di esser più adatto di Van Persie a guidare la sua squadra e di dover lecitamente aspirare a diventare il nuovo capitano dei Gunners. Peggiorare ulteriormente la situazione dell'Arsenal sembrava difficile, il portiere ungherese ha invece dimostrato che nulla è impossibile riuscendo nell'impresa di rompere anche quello che probabilmente era l'unico meccanismo ancora funzionante: lo spogliatoio. Van Persie, talento sicuramente sproporzionato alle ambizioni della squadra, non la prenderà di certo bene. Forse converrà con me nel dire che i bavagli a volte servirebbero...